La disunità della crisi di Tonino Perna

25 maggio 2010 at 15:27 Lascia un commento

Le buone analisi socio-economiche sono come il buon vino: si possono valutare e apprezzare solo a distanza di anni. Trent’anni fa, l’economista marxista James O’ Connor scrisse The Fiscal Crisis of the State (La crisi fiscale dello Stato) un saggio di straordinaria intelligenza e lungimiranza che metteva in luce le profonde contraddizioni del modello di sviluppo del capitalismo monopolistico. Partendo dal fatto che lo Stato in una società capitalistica deve soddisfare due esigenze fondamentali – l’accumulazione del capitale e la legittimità/consenso sociale – O’ Connor conduceva un’analisi storico-economica sulla spesa pubblica negli Usa da cui ne scaturiva il carattere strutturale della “crisi fiscale” . Infatti, a fronte di una spesa pubblica crescente in tutti i paesi occidentali – passata dal 10-12% degli inizi del ‘900 al 40-45% della fine del secolo – le entrate fiscali hanno avuto difficoltà a crescere con lo stesso ritmo ed il disavanzo di bilancio è diventato inarrestabile. La contraddizione intrinseca al sistema consiste nel fatto che la spesa pubblica ha assunto un peso crescente in due direzioni opposte: a) spesa produttiva per il capitale (costruzione di infrastrutture, contributi alle esportazioni,alla ricerca, ecc.); b) spesa improduttiva (pensioni, sussidi, assistenza sociale) per mantenere la pace sociale . Un modello basato sulla «socializzazione dei costi ed appropriazione privata dei profitti» poteva reggere solo grazie ad un progressivo indebitamento dello Stato.
È stato questo vertiginoso aumento del debito dello Stato – a cui si sono aggiunti quello delle famiglie e quello delle imprese – che ha permesso di sostenere la crescita del Pil ed impedito che scoppiasse una pesante crisi da sovrapproduzione già negli anni ’70 del secolo scorso. Oggi questo modello è scoppiato e la crisi fiscale dello Stato sta diventando tout court crisi politica e scontro sociale, specie nei paesi con una struttura produttiva più debole (come la Grecia) o con un debito ed un deficit pubblico che appaiono incontenibili. Come sosteneva e prevedeva O’ Connor la politica economica e fiscale, le scelte ed i tagli da operare nella spesa pubblica sono diventate questioni politiche di prima grandezza che coinvolgono tutta la popolazione.
Nel nostro paese, dove il debito pubblico viaggia al 120% del Pil, dove la somma tra debito dello stato -delle famiglie-delle imprese si avvicina a 3 volte il prodotto interno lordo, l’esplosione/implosione del sistema politico-economico è alle porte. Per diverse forze politiche, e non solo per la Lega nord, il federalismo fiscale può essere lo strumento per uscire dall’impasse. Le scelte dolorose ed impopolari che il governo non riesce ad imporre a livello nazionale possono infatti essere fatte a livello locale. Se per mantenere l’attuale sistema bisogna tagliare drasticamente i salari ed il welfare, è molto meglio per il potere economico e politico spostare il livello del conflitto a livello regionale/locale. Questo vale per il governo centrale quanto per il sistema delle imprese: il federalismo fiscale è l’altra faccia dell’abolizione dei contratti nazionali nel settore privato. Questa valenza politica del federalismo fiscale è stata finora sottovalutata. È ancora più grave che i partiti dell’opposizione abbiano fatto passare il federalismo fiscale, sostenendolo (come l’Idv) o astenendosi (come il Pd).
In questo quadro la questione dell’Unità nazionale, ritornata al centro dell’attenzione con l’anniversario dei 150 anni, va vista innanzitutto come esigenza e priorità del mondo del lavoro. La disunità d’Italia passa attraverso la disunità dei lavoratori e la cancellazione di diritti conquistati con decenni di lotte sociali anche dure. Così come i beni culturali ed il patrimonio ambientale sono beni nazionali, europei o mondiali (come quelli protetti dall’Unesco), che non possono essere mercificati ed alienati, come si vuol fare con gli ultimi provvedimenti (leggi federalismo demaniale).
Il federalismo è sostenibile, sul piano sociale ed ambientale, solo se si fissano bene dei paletti insuperabili. Il diritto ad una istruzione ed una sanità di qualità, ad una casa decente, ad un reddito minimo vitale, ad un contratto ed una legislazione nazionale, sono diritti di cittadinanza che valgono per gli abitanti della Val d’Aosta come per i cittadini delle isole Eolie, per la mitica massaia di Voghera come per quella di Canicattì.
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